Una vera e propria sfida, la trasposizione teatrale di uno dei massimi capolavori cinematografici del regista svedese Ingmar Bergman (1918 – 2007), conclude questa stagione che ha visto la nostra Compagnia impegnata come non mai, non solo nell’attività istituzionale di produzione e allestimento spettacoli ma anche nella ripresa organizzativa della Stagione teatrale e, novità di quest’anno, nell’organizzazione dell’attività cinematogra- fica.
Studio può essere la parola più appropriata per definire il nostro lavoro. Studio sul film e, più in generale, sull’opera del maestro svedese, imprescindibile per poterne attuare la trasposizione. Studio sull’effettiva possibilità e funzionamento di tale operazione per la quale abbiamo utilizzato il manoscritto originale di Bergman da cui egli stesso trasse la successiva sceneggiatura. Ma studio inteso anche come teatro di posa dove si stanno appunto effettuando le riprese de Il posto delle fragole perché è questa l’ambientazione che abbiamo scelto per la messinscena, cercando di risolvere, con questo escamotage, almeno alcune delle difficoltà derivanti dalla trasposizione stessa.
IL POSTO DELLE FRAGOLE (Smultronstallet, 1957) è, tra i film di Bergman, quello che più è riuscito ad incantare e sedurre – e continua a farlo, a ogni visione – grazie alla sua costruzione libera e ispirata, al suo fluido e magistrale intreccio tra realtà, sogno e ricordo, alla potente e armoniosa architettura che vince sul caos della vita e sulla sua imperscrutabilità. E grazie anche al suo potere evocativo, a partire già dal titolo: esiste forse per tutti un posto delle fragole, un luogo dove rimane intatto l’incanto dell’infanzia, l’io che eravamo, con la semplicità, l’autenticità e le speranze di quando la vita era davanti; un luogo che forse c’è
ancora dentro o fuori di noi, quel momento del passato che vorremmo rivisitare e catturare – come Proust con la sua famosa madaleine – e dove qualcuno può metterci davanti uno specchio e farci vedere quello che siamo diventati, quello che abbiamo perduto, quello che forse possiamo ancora ritrovare. Sono le fragole selvatiche (nell’iconografia scandinava simbolo dell’innocenza e della natura fugace della felicità) colte nel giardino della casa d’infanzia, la madeleine di Isak Borg, vecchio professore, stimato da tutti ma egoista, gelido e sordo al sentire degli altri, in viaggio da Stoccolma a Lund per la celebrazione del suo giubileo all’Università, coronamento della carriera di medico e ricercatore. Da lì i ricordi prendono a intrecciarsi alla realtà, trasformando il viaggio verso Lund in una sorta di pellegrinaggio, in cui gli episodi, i sogni, gli incontri sono come tappe di un percorso catartico all’interno di se stesso, una sorta di rinascita, di “conversione” sulla via di Damasco, non religiosa ma esistenziale.
Il vedersi attraverso gli occhi degli altri, l’incidente con la coppia in eterno reciproco tormento, la visita alla madre, gli lasciano intravedere i suoi fallimenti, il vuoto della sua solitudine e quella verità che sembrano volergli comunicare i suoi incubi: “Sono morto. Anche se sono vivo.” Mentre la presenza della nuora Marianne e della fedele governante, la freschezza dei tre ragazzi cui offre un passaggio – Victor e Anders con i loro litigi su Dio, e Sara, contesa da entrambi, così lieve e piena di voglia di vivere, così simile all’amata cugina Sara che ricompare nei suoi sogni (non a caso la stessa attrice interpreta la Sara-cugina e la Sara del viaggio) – gli aprono la via verso un processo di riflessione sulla sua vita e di presa di consapevolezza di quanto il suo atteggiamento di negazione della dimensione affettiva lo abbia portato a quella che è la sua paura-condanna maggiore: la solitudine.
Il tempo ormai è agli sgoccioli (l’orologio senza lancette del sogno iniziale del film) ma il professore può ancora fare qualcosa per farsi voler bene da chi gli sta accanto e, soprattutto, per cercare di rompere la catena di trasmissione della freddezza che da sua madre (emblematica la scena della visita alla stessa), è passata a lui ed al figlio Evald che non vuole avere figli e pone la moglie incinta nel dilemma di scegliere tra il bambino e lui. Non resta per Isak che tentare di facilitare la riconciliazione tra figlio e nuora e fare in modo che il cambiamento avvenuto in lui possa investire anche il figlio.
A questo punto il professore può riaddormentarsi tornando, con animo rasserenato, agli episodi della sua infanzia e sognando i suoi genitori ai tempi della sua giovinezza, mentre lo salutano sorridendo. Fino ad allora, invece, la figura del padre, spesso citato e quasi invocato nei ricordi e nei sogni del protagonista, era risultata sempre assente.